DA STECCATO DI CUTRO AD AMENDOLARA
di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Un centinaio di chilometri e tre anni separano Amendolara da Steccato di Cutro. Due stragi apparentemente diverse ma figlie dello stesso sfruttamento delle migrazioni. Allora gli scafisti, oggi i caporali. Migranti anch’essi, terminali ultimi di organizzazioni criminali sovranazionali in cui italiani ed extracomunitari vanno a braccetto, al servizio di datori di lavoro senza scrupoli.
A Cutro morì gente in cerca di futuro, ad Amendolara sono stati uccisi lavoratori che si illudevano di averne agguantato uno. Sullo sfondo, le politiche securitarie e i decreti flussi di un governo che si intesta linee dure, espulsioni e guerre alle ong ma si muove sulla scia dei precedenti esecutivi.
Basti ricordare la collocazione politica del tutto opposta di Marco Minniti, promotore degli scandalosi accordi con i signori della guerra libici. Questa è la realtà dei fatti. A Steccato di Cutro, 1.212 giorni fa, si pensò di risolvere la questione di un battello carico di disperati nel mare in tempesta semplicemente girandosi dall’altra parte.
Amendolara altro non è che il frutto della prosecuzione di quella tattica: l’agricoltura italiana ha bisogno di braccia e non poche aziende le vogliono a costo zero.
Ecco allora i convogli di invisibili che all’alba popolano le strade di campagna non solo in Calabria ma anche in Sicilia, Puglia, Basilicata, Campania, su su fino al progredito Piemonte e al ricco Veneto. Tutti sanno, tutti chiudono un occhio. I morti? Vittime collaterali delle eccellenze italiane.
