La domanda che spesso mi faccio, ogni volta che torna in scena, è se “Dannazione donna” sia solo un titolo di una pièce teatrale, o piuttosto la sintesi di una condizione sociale non ancora risolta dalla nostra democrazia.
Nel caso specifico della messa in scena a Pordenone – nell’allestimento del Gruppo Teatro, per l’interpretazione di Stefania Moras e la regia di Francesco Bressan-, è difficile non pensare alla coincidenza con la ricorrenza degli ottanta anni dall’Assemblea costituente, nella quale per la prima volta nella storia politica italiana le donne ebbero un ruolo da protagoniste, grazie alla presenza delle 21 elette, provenienti dalle fila della Resistenza.
Quando si dice che una donna debba almeno doppiare il percorso professionale di un uomo per ottenere forse lo stesso riconoscimento delle sue competenze nel mondo del lavoro, ma anche nella società in genere, si dice una verità che è stata alla base dei principi di uguaglianza sanciti dalla nostra Carta costituzionale. Principi che sono riusciti a imprimere cambiamenti significativi, illuminanti di un cammino che tuttavia ancora deve essere interamente compiuto nella nostra società.
Il punto di vista dirimente sta nel fatto di considerare la questione delle disparità come fenomeno di costume, e non invece come il prodotto di un sistema di riproduzione di un modello economico che ha precise conseguenze sui rapporti sociali, ivi compresi quello tra i generi. “Dannazione donna” è una trama che si svolge all’interno di una azienda. Il punto di vista è che il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle donne è un’esigenza che coinvolge tutti i ruoli aziendali, dalle responsabilità apicali fino alle mansioni più operative. Tuttavia, se è vero che la disparità salariale è attorno al 20 per cento, è ancora più vero che l’idea della parità si attesterebbe sul paradosso di una più profonda disparità: lo stipendio di un lavoratore italiano è nettamente inferiore della remunerazione media di un dipendente nella Ue.
Secondo recenti stime, per esempio, un lavoratore italiano guadagna 1,6% in meno di quanto prendeva nel 1990, contemporaneamente, in tutta Europa gli stipendi sono aumentati del 35%.
Dannazione, è questa la parità che vorremmo per le donne lavoratrici in Italia?
Allora, il punto è che le forze per cambiare la situazione dovrebbero tornare a unirsi, sull’esempio di quell’unione di intenti che uomini e donne seppero rendere proficua spinta propulsiva per le basi della nostra Repubblica democratica, non a caso “fondata sul lavoro”.
Le repliche di “Dannazione donna” hanno sempre avuto una buona accoglienza da parte del pubblico, ovunque in Italia sia andato in scena. Mi sembra un promettente segnale che certe questioni, oltre a commuovere, divertire, indignare sappiano anche trovare lo spazio che meritano nell’esperienza diretta delle donne e degli uomini che assistono allo spettacolo.
