Paola Clemente è morta perché se l’è cercata?

Paola Clemente
di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro
Vediamo se abbiamo capito bene. Il tribunale di Trani ha accertato che il 13 luglio 2015 nell’azienda agricola di Luigi Terrone lavorava gente non sottoposta a visite mediche preventive, che mancavano presidi d’emergenza e personale formato per il primo soccorso, fondamentali in un posto isolato, ma che tutto questo non c’entra con la morte sul lavoro di Paola Clemente, bracciante 49enne e cardiopatica conclamata.
Accadeva nell’aprile 2023 con la sentenza di primo grado ed è accaduto di nuovo lunedì 23 febbraio 2026 in Corte d’Appello a Bari, con la conferma dell’assoluzione di Terrone. Il succo delle due sentenze è che Paola Clemente sarebbe morta comunque per via delle sue patologie e non sarebbero serviti a nulla le visite mediche, il personale formato e un’ambulanza che fosse arrivata in tempi più rapidi. Un “memento mori” in salsa giudiziaria.
Non c’entra dunque che Paola Clemente fosse partita alle 3,10 da San Giorgio Jonico (Taranto), che avesse viaggiato per 160 chilometri arrivando ad Andria alle 5,30, e che avesse attaccato subito con il lavoro di acinellatura per poi sentirsi male alle 7,30 e morire lì, tra i filari, lasciando un vedovo e tre orfani. Tanto prima o poi sarebbe morta, sembrano dire gli ineffabili magistrati di Trani e Bari.
Per soprammercato Luigi Terrone fin dall’inizio aveva sottolineato che lui non c’entrava nulla: si era limitato a rivolgersi a un’agenzia interinale che gli aveva fornito una manciata di lavoratori, casomai toccava all’agenzia fare controlli medici. Avanti i prossimi.