di Aysegül Savas

Io, Ravi, e Manu disprezziamo la mania diffusa di andare dallo psicologo. Ci piace dire con un certo orgoglio che queste cose sono del tutto sconosciute dove siamo cresciuti noi – il che non è vero.
In ogni caso, non vediamo di buon occhio quello stile di vita. Ci pare inutilmente elaborato, una vana ricerca di sé, in qualche modo paragonabile al capitalismo.
Abbiamo l’impressione che la terapia aumenti i consumi, non solo perché gli stranieri spendono piccole fortune in chiacchiere settimanali con psicologi e analisti, ma anche perché queste sedute producono in loro una certa dissolutezza, una spinta a concedersi continuamente qualcosa in virtù dell’affermazione costante che se la meritano, che devono abbandonare i sensi di colpa e godersi la vita.
Forse è una semplificazione, perché nessuno di noi è mai andato da uno psicologo, e ne siamo ostinatamente fieri. Quel disprezzo è uno dei collanti della nostra amicizia, un modo per distinguerci. E una vota elaborato, ci siamo attenuti a quest’idea come a motto, lo spirito che anima il nostro gruppo.
Notiamo il compiacimento degli stranieri nel ripetere che stanno lavorando su se stessi, come se la psiche fosse casa da ristrutturare, con parti identificabili come stanze, muri, travi, in cui perdite e crepe si possono riparare.
E sembra che ci sia sempre un limite a quanto arriveremo a conoscerli davvero, perché la costante regolazione del loro benessere non permette una reale intimità. Avarizia è la definizione che io, Manu e Ravi abbiamo trovato alla fine, una sera in cui eravamo gli ultimi rimasti in un bar,
Per Manu, quell’avarizia è dovuta all’eccessiva contemplazione di sé. Per Ravi, deriva dalla rigidità nella cura della propria persona. Quando ci si ritrova con gli stranieri, dice, qualcuno annuncia sempre, troppo presto e senza scusarsi, che deve andare: si sveglia sempre presto e va a correre la mattina, non può rischiare di avere sonno il giorno dopo.
Ravi è convinto che questa mancanza di generosità verso il prossimo collettivo sia una delle conseguenze della terapia, che, a suo dire, equivale a un’educazione all’egoismo. È il risultato del perenne addestramento a tracciare confini, a proteggersi, a riconoscere costantemente la propria unicità: il prodotto dell’individualismo maniacale.
Punzecchio Ravi dicendogli che semplicemente non gli face vedere le persone agire in modo responsabile. Non è questo, dice Ravi con aria solenne. È solo che non mi piace che la gente si prenda così sul serio. Ce l’abbiamo tutti un lavoro.
Sto scherzando, dico.
E poi, continua, perché la ma manutenzione della propria persona è l’unica forma di responsabilità?
Presentarsi al lavoro in ritardo e con i postumi di una sbornia non è certo una forma di responsabilità, tento di dire.
Il problema, dice Ravi, è che il prodotto di una terapia infinita – quei perfettini con i loro confini precisi e le loro routine immutabili – sta diventando la norma. Ma immaginate i nostri genitori, continua. I nostri paesi, dove tutti si fanno gli affari di tutti. Cosa succederebbe se una zia dicesse che ha deciso di mettere dei limiti e che d’ora in poi per i pasti in famiglia non si può più contare su di lei?
La rivolta delle zie! dice Manu.
Buon per lei, dico. Ma capisco il punto di vista di Ravi. E tra me e me spero che quelle zie rimangano sempre uguali, custodi di un ordine antico. (Aysegül Savas “Gli antropologi”, Feltrinelli).
