IN MORTE DI UN MEDICO.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro
Con la morte di Maddalena Carta salgono a 23 le vittime del comparto Sanità nel 2025.

“Con la morte di Maddalena Carta salgono a 23 le vittime del comparto Sanità nel 2025”.

Maddalena Carta era l’unico medico di medicina generale rimasto a disposizione dei cittadini di Dorgali, poco più di 8.000 abitanti in provincia di Nuoro.
Gli altri due medici dell’area erano in malattia ma lei non si è tirata indietro, aggiungendo ai suoi 1800 assistiti quelli dei colleghi. Pur di garantire le prestazioni a tutti, la dottoressa Carta ha coscientemente ignorato alcuni malesseri che l’affliggevano, fino al dramma di mercoledì 24 settembre.
Mentre era in studio si è sentita male e ha capito che non poteva fare più finta di niente. È stata lei stessa a chiamare il 118: “Venite, non mi sento bene”. Soccorsa, è stata trasportata all’ospedale San Francesco di Nuoro, dove le sue condizioni si sono aggravate al punto di richiedere il trasferimento con l’elicottero all’ospedale Brotzu di Cagliari.
Lì le cure dei colleghi non hanno dato esito e Maddalena Carta si è spenta nel tardo pomeriggio di giovedì 25.
Una morte simbolo del degrado in cui sta affondando la sanità pubblica in Italia, che ha scaricato sulle spalle dei medici di base non solo il peso dell’assistenza alla cittadinanza, ma anche quello di una serie infinita di adempimenti burocratici che rubano tempo, energie e vita.
Un’operazione che viene da lontano, tesa a evidenziare le crepe di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più malandato, per invogliare l’esodo verso la sanità privata e le assicurazioni integrative. Con la morte di Maddalena Carta salgono a 23 le vittime del comparto Sanità nel 2025.
Riportiamo integralmente il duro comunicato di Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Fnomceo:
“Siamo dinanzi all’ennesima, inaccettabile morte sul lavoro. La giovane collega è rimasta l’unico medico di medicina generale a presidiare una comunità di 5000 assistiti, i suoi e quelli di due colleghi. Una comunità che non ha voluto lasciare, nonostante il malessere che la attanagliava. Alla sua salute ha anteposto la cura dei pazienti, e questo le è costato la vita. Una morte sul lavoro.
Lo Stato, in tutte le sue espressioni, ha il dovere e l’obbligo di mettere in atto provvedimenti per evitare morti come questa. A Maddalena va la nostra riconoscenza per aver incarnato oltre ogni limite i principi del Codice deontologico; alla famiglia e alla comunità la nostra vicinanza.
Non possiamo però tacere una ferma condanna per una situazione che vede sempre più territori sguarniti dei più essenziali presidi di assistenza, in primis il medico di famiglia, con conseguenti sovraccarichi di lavoro per chi resta. Una situazione di cui molte zone della Sardegna sono il paradigma, ma che si ripropone trasversalmente a tutta l’Italia, nei territori geograficamente più isolati, come le zone montane o rurali, ma anche nelle periferie e persino nelle zone semicentrali delle grandi città, come Milano.
Una situazione che sconta carenze di decenni, a vari livelli. Carenze di programmazione, organizzative, di supporto nell’attività, di distribuzione dei carichi di lavoro, di sicurezza. Carenze delle quali a pagare il prezzo sono i medici, i professionisti.
La Cassazione, con una recente ordinanza, ha sancito la legittimità del risarcimento del danno biologico per il superlavoro del medico, stabilendo che ‘il limite dell’orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute, con un alleggerimento dell’onere probatorio in capo al lavoratore’. Ha messo dunque in evidenza come i ritmi e gli orari di lavoro dei medici, derivanti dalla carenza di personale, incidano non soltanto sulla qualità dell’assistenza e su quella della vita privata e familiare, ma abbiano conseguenze dirette sulla salute.
Non si tratta di una mera rivendicazione contrattuale, ma di una questione di salute e di sicurezza sul lavoro e di sostenibilità dei sistemi sanitari.
Al di là della prova diretta del nesso di causalità la responsabilità di questa morte è riconducibile a diversi fattori contingenti e a diversi attori.
La Regione e la Asl hanno fallito nel garantire un’assistenza continua e solida ai loro cittadini e la sicurezza sul lavoro ai loro medici.
Lo Stato non ha vigilato con efficacia sull’applicazione delle normative nazionali ed europee sui carichi di lavoro imposti ai professionisti sanitari e non è sinora riuscito, nonostante il crescente e concreto impegno, a trovare risposte adeguate a una carenza di medici di medicina generale che nasce da molto lontano – e che la FNOMCeO annuncia e denuncia da oltre quindici anni – e alle crescenti richieste assistenziali della popolazione.
E se è vero che lo Stato siamo noi, dobbiamo tutti sentirci responsabili e impegnarci perché questo non accada di nuovo, e poi ancora, sul territorio così come negli ospedali. È ora di dire basta: nessun medico, mai più, deve essere lasciato solo, a portare sulle sue spalle il peso insostenibile dell’assistenza a un intero paese”.