“La memoria è vita. Ne sono portatori, sempre, gruppi di persone viventi, e quindi essa è in perpetua evoluzione; soggetta alla dialettica del ricordare e del dimenticare, ignara delle sue successive deformazioni, aperta a usi e manipolazioni di ogni sorta. Rimane a volte latente per lunghi periodi, poi ad un tratto rivive. La storia è la ricostruzione, sempre incompleta e problematica, di quello che non è più, La memoria appartiene sempre al nostro tempo e forma un legame vissuto con l’eterno presenta; la storia è rappresentazione del passato”. (Pierre Nora, “Les lieux de la memoire”, 1984)

Per noi tutti esiste una “zona crepuscolare” fra storia e memoria; fra passato come archivio generale aperto a un’indagine relativamente spassionata e il passato come parte o sfondo dei propri ricordi personali.
Per i singoli individui questa zona si estende dal punto d’inizio delle tradizioni o memorie familiari ancora vive (diciamo dalla più antica fotografia di famiglia che il familiare più anziano è in grado di identificare o spiegare) fino al termine dell’infanzia, quando le vicende pubbliche e quelle private sono avvertite come inseparabili, e si definiscono reciprocamente. (…)
L’estensione di questa zona può variare, e così l’oscurità e la confusa percezione che la caratterizzano. Ma questa ‘ terra di nessuno’ temporale c’è sempre; ed è la parte di storia di gran lunga più difficile da afferrare, per gli storici e per chiunque. (“Eric J. Hobsbawm, “L’età degli imperi”, Laterza 2005).

