Il predominio del «noi» sull’«io».

di Eric J. Hobsbawm

Infine gli operai erano uniti dalla componente centrale della loro vita: la collettività, il predominio del «noi» sull’«io».
Ciò che dava ai movimenti e ai partiti operai la loro forza originale era la convinzione giustificata dei lavoratori che gente come loro non poteva migliorare la propria sorte con l’azione individuale, ma solo con l’azione collettiva, preferibilmente condotta attraverso organizzazioni, cioè con il mutuo soccorso, con lo sciopero e con il voto.

Essi erano anche convinti che l’azione collettiva era alla loro portata dato il numero e la situazione particolare degli operai salariati. Dove gli operai scorgevano vie d’uscita private dal proprio destino di classe, come negli USA, la loro coscienza di classe, benché non assente, non assumeva il valore dell’unica caratteristica che definiva la loro identità.

Il «noi» dominava sull’«io» non soltanto per ragioni strumentali, ma anche perché – con la grande e spesso tragica eccezione delle mogli casalinghe, imprigionate fra la quattro mura della loro casa -, la vita della classe operaia doveva essere in gran parte pubblica, perché lo spazio privato era insufficiente e inadeguato.

E persino le casalinghe condividevano la vita pubblica del mercato, della strada e dei giardini del quartiere. I bambini dovevano giocare per le strade o nei giardini pubblici. I ragazzi e le ragazze dovevano ballare e farsi la corte all’aperto. Gli uomini socializzavano nelle osterie.

Fino all’invenzione della radio, che tra le due guerre trasformò la vita delle casalinghe del ceto medio operaio – e solo in pochi paesi favoriti -, tutte le forme di divertimento al di là di qualche festa privata dovevano essere pubbliche, e nei paesi più poveri era pubblica anche la televisione, nei primi anni della sua diffusione, perché la si guardava in qualche locale pubblico. Dalla partita di calcio. ai raduni politici, alle gite festive, la vita, per fini più piacevoli, era qualcosa che si sperimentava collettivamente. (Eric J. Hobsbawm, “Il secolo breve”, Rizzoli.)